Giudizio di congruità e utile di impresa (C.d.S., sez. V, 10.10.2017 n. 4680).

Non di rado gli operatori economici invocano chiarimenti in merito ai procedimenti di verifica di anomalia cui vengono sottoposti all’esito di una procedura selettiva. Uno dei quesiti più frequenti è: “fino a che punto è possibile comprimere la percentuale di utile di impresa?”

E’ ben noto che il “canonico” 10%, su cui si era consolidato un fiorente e costante indirizzo giurisprudenziale, ha via via ceduto il passo alla “stato di salute” dell’economia contemporanea.

Nel corso degli ultimi anni, in particolare, non sono mancati arresti in cui il Giudice amministrativo ha reputato legittimo l’affidamento in favore di operatori economici che avevano dichiarato utili prossimi allo zero, rappresentando che il periodo di stagflazione potesse di per sè giustificare investimenti funzionali alla mera copertura dei costi.

In questa prospettiva di pone anche il recentissimo precedente del Consiglio di Stato in esame.

Nella sentenza n. 4680 del 10.10.2017, infatti, la sezione V,  dopo aver ribadito il consolidato indirizzo giurisprudenziale (ex multis, A.P. 29 novembre 2012, n. 36) a mente del quale “la verifica della congruità di un’offerta ha natura globale e sintetica, vertendo sull’attendibilità della medesima nel suo insieme, e quindi sulla sua idoneità a fondare un serio affidamento sulla corretta esecuzione dell’appalto, onde il relativo giudizio non ha per oggetto la ricerca di singole inesattezze dell’offerta economica”, sottolineando che “l’attendibilità dell’offerta va valutata nel suo complesso e non con riferimento a singole voci di prezzo eventualmente ritenute incongrue, avulse dall’incidenza che potrebbero avere sull’offerta economica nel suo insieme” (conformi, ex plurimis, Cons. Stato, V, 17 gennaio 2014, n. 162; V, 14 giugno 2013, n. 3314; IV, 22 marzo 2013, n. 1633), ha ritenuto che “non può quindi trovare accoglimento la doglianza secondo cui l’offerta dell’aggiudicataria dovrebbe ritenersi inattendibile, prevedendo in concreto un utile “pari a zero, anzi al di sotto di 0,01 per ogni singolo pasto prodotto”, atteso che il relativo giudizio della stazione appaltante – doverosamente riferito all’offerta nel suo complesso – appare coerente con le premesse istruttorie, a loro volta adeguatamente dettagliate“.

In altri termini, con riferimento alla questione dell’utile d’impresa, la commissione di gara, dopo aver prudenzialmente stimato in rialzo alcune voci delle “spese generali”, ha dato atto che, “anche considerando tali spese resta comunque un utile per l’impresa, a pasto, pari ad € 0,02, per un incidenza percentuale del 0,44”, reputata – si badi bene – sufficiente a consolidare la congruità, serietà ed affidabilità dell’offerta dell’affidataria.

Avv. Marcello RussoAvvMarcelloRusso-768x1024

 
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