LE VARIANTI IN CORSO D’OPERA. FIN DOVE PUO’ SPINGERSI LA S.A.?

cassazione

Fase Esecutiva del contratto di appalto: “ius variandi” limiti per la p.a.
La Suprema Corte di Cassazione è di recente ( Sentenza n. 727 del 15 01 2020 – Sez. 1 ) tornata sull’argomento relativo alla facoltà del Committente, in qualità di stazione appaltante, di potere, in corso d’opera, apporre varianti al progetto.

Nel merito la Sentenza “de qua” ( a conferma di pregressi pronunciamenti giurisprudenziali ) ha chiarito che la P.a. ha sì il potere di apportare modifiche in corso d’opera, ove le stesse siano giustificate dalla necessità di migliorare il risultato dell’opera pubblica affidata ( si pensi ad esempio. L’utilizzo di materiali a meno impatto energetico ) ma che detta facoltà, tecnicamente classificata come “ius variandi”, è soggetta a delle limitazioni.

Se in linea di principio la p.a. ordina all’esecutore delle varianti, alla facoltà riconosciuta alla prima corrisponde il dovere dell’impresa esecutrice di dare corso alle ordinate variazioni agli stessi patti,, prezzi e condizioni con il solo diritto, ovviamente, al pagamento delle lavorazioni aggiuntive;

Di contro ove le modifiche ordinate superano e quindi eccedono il c.d. quinto d’obbligo, (calcolato sull’importo contrattuale aumentato dell’importo, se intervenuti, di atti di sottomissione o aggiuntivi ) l’esecutore non ha l’obbligo di dare corso alle stesse potendo alternativamente:

– o recedere dal contratto ( senza applicazione alcuna di penale );

– ovvero comunicare alla p.a. la sua volontà di proseguire a diverse condizioni contrattuali che, ove venissero accolte, darebbero luogo alla sottoscrizione di un atto aggiuntivo quale atto distinto ed autonomo dal contratto originario.

Nel quadro normativo lo “ius variandi” della p.a. ( inteso, appunto come facoltà di apportare modifiche in corso d’opera ) era già riconosciuto in passato dall’art. 14 del d.p.r n.1063/1962, successivamente dall’art. 10 c. 3 D.M. n.145/2000, poi dall’art. 161 c. 13 del d.p.r. n. 207/2010 ( Regolamento del vecchio codice appalti normato dal D.Lgs n. 163/2006 ) ed oggi nell’art. 106 dell’attuale Codice dei contratti pubblici di cui al D.Lgs n. 50/2016.

La Cassazione, quindi, ha oggi consolidato un principio in relazione alla facoltà della stazione appaltante, esercitabile in qualunque appalto, evidenziandone, tuttavia, i limiti .

Pertanto è auspicabile che in futuro vi sia un comportamento omogeneo ed uniforme da seguire, nella peculiare fase esecutiva della commessa, allorchè si presenti la necessità di apportare modifiche e/o variazioni rispetto il progetto originario, ed al fine di evitare, sotto tale profilo, l’insorgenza di una controversia con inevitabili ricadute sul prosieguo dell’appalto.

Fonte: sito Avv. Armando Lamantia

 
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